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Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe
post pubblicato in diario, il 14 maggio 2008


“Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.” Con queste stesse parole Hans-Hermann Hoppe apre i suoi due saggi “Élites naturali, intellettuali e Stato” e “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Nella definizione proposta da Hoppe lo stato viene visto come soggetto, come una entità autonoma rispetto agli individui e alle famiglie che agiscono in esso e tramite esso. Nel prosieguo dei due scritti lo stato verrà poi considerato come oggetto di un diritto - potere, quello di proprietà. Tuttavia già nel concetto anglosassone di “agency” viene adombrata quella strumentalità dello stato, caratteristica essenziale della concezione e identificazione dello stato come apparato o insieme di apparati. In “Élites naturali, intellettuali e Stato”, l’apertura incentrata sulla definizione di stato porta l’Autore a ripercorrere le teorie sull’origine degli stati. Hoppe sembra voler aderire alla teoria della genesi endogena dello stato di Bertrand De Jouvenel, secondo la quale le relazioni socioeconomiche naturalmente creano una élite di individui e famiglie. La genesi di tale gerarchia è meritocratica, riconducibile a una spontanea conquista di autorità e diffuso rispetto, mediata dal riconoscimento sociale di virtù quali talento, saggezza, coraggio, risultati superiori in termini di ricchezza, lungimiranza ed esemplare condotta personale. La transizione verso lo stato viene imperniata sulla monopolizzazione della funzione giudiziaria da parte dei membri più influenti di tale élite, funzione precedentemente ad essi spontaneamente attribuita dalla comunità. Sono ovviamente assenti in De Jouvenel considerazioni sui rapporti etologici tra soggetto dominante e soggetto dominato. L’etologia prescinde da valutazioni etiche o di merito, e focalizza unicamente la finalità della migliore sopravvivenza e conservazione della specie, finalità per lo più raggiunta finché si rimane nell’ambito delle motivazioni istintuali, spesso fallita quando intervengono l’autocoscienza umana e i prodotti dell’autocoscienza medesima. Pur tuttavia gli elementi essenziali del rapporto etologico dominante - dominato sono visibilissimi nelle relazioni umane, e chiarissimi ed immediatamente evidenti nelle interazioni primitive o infantili. Di fatto, il rapporto dominante - dominato è un rapporto di potere. Nella definizione che Hoppe fa dello stato sono presenti concetti elementari del potere: coercizione, sfruttamento, tassazione, ma lo stato stesso viene visto come soggetto agente: è lo stato che attua coercizioni, sfrutta, tassa, espropria mediante inflazione. Eppure nella definizione del potere lo stato è irrilevante, non necessario. Il potere viene esercitato dal dominante sul dominato e consiste nella possibilità per il dominante di imporre al dominato prestazioni fisiche e/o prestazioni patrimoniali. Le prestazioni fisiche possono andare dalla mera schiavizzazione alle antiche corvé medioevali, dal servizio militare al lavoro dipendente sottopagato di oggi. Le prestazioni patrimoniali tipiche sono la tassazione, il pizzo, l'inflazione. Entrambe le tipologie di imposizione costringono il dominato a destinare parte delle risorse della sua vita, soprattutto tempo ed energie, a vantaggio di un estraneo. Per detenere il potere il dominante deve ideare e porre in essere forme di controllo sul dominato, e queste forme di controllo possono concretizzarsi ed essere organizzate in apparati, anche, ma non solo, statuali. In questa accezione il concetto di controllo vale come possibilità di indirizzamento delle risposte dei dominati a pulsioni rilevanti, per giungere alla pianificazione delle esistenze dei dominati stessi. E' lo stato come apparato, e quindi come strumento di controllo sui dominati, che può essere a sua volta oggetto di controllo, identificando in quest'ultima diversa accezione il concetto di controllo con quello di proprietà usato dall'Autore. Lo stato rende comodo l'esercizio del potere. Alla teoria sulla genesi dello stato di De Jouvenel, ripresa da Hoppe, manca una esplicita considerazione dell'instaurazione di un potere basato sulla maggiore forza fisica di un individuo su altri, e/o sulla forza intimidatoria e predatoria del gruppo, foss'anche esso un branco non organizzato di uguali unificato solo dalla finalità di razzia. Mi sembra invece di estrema rilevanza l'accentuazione sulle virtù concausanti la diversa genesi spontanea, non imposta, dell'élite, della nobiltà, evidenziazione penalizzata però dall'omessa riconduzione dei meriti anche alle virtù guerriere, difensive, essenziali nelle comunità, non solo antiche. Il nobile guerriero che combatte in difesa o comunque a favore della comunità è colui che permette alla comunità stessa un’esistenza sicura e prospera, e quindi il suo rango e i conseguenti privilegi gli vengono ben volentieri riconosciuti dalla sua gente. E' qui d'obbligo il ricordo delle radici della morale aristocratica europea, radici che possiamo rinvenire già nell'Iliade di Omero: "E volto a Glauco d'Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse, perché siam noi di seggio, e di vivande e di ricolme tazze innanzi a tutti nella Licia onorati ed ammirati pur come numi? Ond'è che lungo il Xanto una gran terra possediam d'ameno sito, e di biade fertili e di viti? Certo acciocché primieri andiam tra' Licii nelle calde battaglie, onde alcun d'essi gridar s'intenda: Glorïosi e degni son del comando i nostri re: squisita è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino, ma grande il core, e nella pugna i primi. Se il fuggir dal conflitto, o caro amico, ne partorisse eterna giovinezza, non io certo vorrei primo di Marte i perigli affrontar, ned invitarti a cercar gloria ne' guerrieri affanni. Ma mille essendo del morir le vie, né scansar nullo le potendo, andiamo: noi darem gloria ad altri, od altri a noi" recita l'insuperato incitamento di Sarpedonte a Glauco nel Canto XII. Nell'ambito di una morale aristocratica così delineata l'autocoscienza umana, invece di ostacolare la migliore sopravvivenza della specie, è presa d'atto e indifferente accettazione della morte, inevitabile, e consapevolezza della quasi onnipotenza del nobile guerriero prima di essa. Il non aver paura della morte, propria e dei propri cari, e la conseguente disponibilità al rischio estremo a difesa della comunità, fanno sì che la comunità così tutelata spontaneamente offra e riconosca ai guerrieri le migliori terre, i migliori cibi, le migliori donne, e obbedisca ai loro comandi. La differenza fra spontaneità e imposizione nel riconoscimento del potere, fra il nobile guerriero omerico riverito dalla sua gente e il razziatore del branco indisciplinato è una differenza essenziale e, soprattutto, è una differenza qualitativa. Stiamo quindi parlando di qualità del dominante. Abbiamo perciò una diversificazione dell'uso della forza e delle armi incentrata su distinte e opposte finalità; da una parte i nobili guerrieri che combattono a tutela, o comunque a vantaggio di una comunità riconoscente, dall'altra un branco dedito alla razzia, della propria comunità come di comunità estranee. L'omessa chiarificazione di tale distinzione porta Hoppe a focalizzare solo aspetti parziali del potere, quali le funzioni di pacificatore, legislatore, giudice che nei saggi in oggetto egli vede progressivamente monopolizzate dai monarchi. Un'ulteriore contraddizione che si riscontra nei saggi in oggetto, in parte collegata alla ora detta focalizzazione parziale, è quella tra la spontaneità del conferimento del potere al dominante, basata sul riconoscimento delle sue qualità, e l'asserita opposizione di altri membri dell'élite che l'Autore fa assurgere a causa dell'imposizione del potere. Una qualità riconosciuta non dovrebbe incontrare opposizione, non dovrebbe richiedere imposizione. Si rende quindi necessaria una definizione ed una misurabilità del concetto stesso di qualità del dominante, ma anche una individuazione della qualità e delle finalità degli oppositori. Hoppe, dopo aver individuato nella monopolizzazione delle funzioni giudiziarie da parte del monarca la causa del passaggio dalla gratuità alla onerosità fiscale della legge e della sua applicazione, sembra voler ascrivere l'opposizione al re al deterioramento della qualità della legge: "Invece di sostenere gli antichi diritti di proprietà ed applicare universali e immutabili principi di giustizia, un giudice monopolista, che ora non temeva più di perdere clienti con un comportamento meno imparziale, cominciò a tradire le leggi esistenti a suo vantaggio [...] altri membri dell’élite naturale opponevano resistenza a tentativi del genere, ma ciò avvenne perché il re solitamente si schierava assieme al “popolo” o all’“uomo comune”. Appellandosi al sempre diffuso sentimento di invidia, i re promettevano al popolo una giustizia migliore e più a buon mercato facendo pagare il conto, attraverso la tassazione, alle aristocrazie (i competitori del re). In secondo luogo, le monarchie si procurarono l’aiuto della classe intellettuale.". Questo passo mi sembra centrale e necessita di un commento approfondito. Preliminarmente vi è da notare che l'assoggettamento al tributo, quale elemento essenziale del rapporto di potere tra dominante e dominato, non può trovare la sua genesi nell'onerosità della legge e della sua applicazione, poiché pre-esiste ad essa. L'opposizione frondista al re potrebbe originare anche da quella parte di potenti non spontaneamente riconosciuti dalla comunità, i discendenti dei razziatori del branco, privi del senso della comunità estesa. Proprio il re e la comunità potrebbero aver in precedenza ridimensionato la dominanza imposta con la forza bruta di tali potenti di infima qualità. E costoro, i razziatori, vanno tenuti ben distinti dai vari Glauco della storia, i guerrieri fedeli al re, poi ricompensati per il loro valore e il loro coraggio sia dal re che dal popolo con beni e onori. Che il conto lo abbiano pagato solo le aristocrazie è discutibile; tuttavia una cosa è certa: ogni qual volta un monarca di qualità non eccelsa, affetto da paure frondiste, ha colpito il potere e il ruolo di una aristocrazia a lui sufficientemente fedele ha firmato la condanna per se stesso. Ogni rivoluzione moderna ha visto furbi e spregiudicati razziatori tirare le fila nell'ombra, spingendo avanti una rozza e ottusa plebaglia sanculotta a versare il sangue per eliminare fisicamente i re e la nobiltà ai re fedele. Sono questi razziatori di un nuovo tipo, banchieri e appartenenti all'alta borghesia, che intendono impadronirsi dello stato-apparato e in particolare del fisco per aumentare enormemente le proprie ricchezze a spese di tutti gli altri membri della comunità. Razziatori che sanno avvalersi di una sleale mistificazione della realtà utilizzando a tale scopo intellettuali prezzolati per far apparire al popolo la menzogna come verità. Acutamente Hoppe afferma: "C’erano coloro che giustamente riconoscevano che il problema stava nel monopolio e non nell’esistenza di élites o di nobiltà. Ma questi si trovavano di gran lunga in inferiorità rispetto a quanti, erroneamente, davano la colpa al carattere elitario del governo e, volendo mantenere il monopolio della legge e della sua applicazione, proponevano la semplice sostituzione del re e della vistosa pompa reale con il “popolo” e la presunta morigeratezza dell’“uomo comune”. Da qui il successo storico della democrazia.". Vorrei sintetizzare che il problema stava nello scadimento qualitativo sia del re monopolista, sia dell'aristocrazia. L'esempio classico di ciò è il Re Sole, Luigi XIV di Francia. Un re la cui opera per l'accrescimento del potere e della ricchezza del regno non ha dato risultati. Un re timoroso della fronda nobiliare, che per abbattere un'aristocrazia potenzialmente competitiva nei suoi confronti, la obbliga a corte, la trasforma in uno stuolo di lacchè, le affida i servaggi più intimi a favore della sua persona: guerrieri trasformati in maschere, dissoluti, arroganti e inutili. Le provincie e i feudi, privati così dei governatori naturali, cadono in mano ad amministratori e fattori, per loro intrinseca natura disonesti e, per dirla con l'Autore, rivolti al presente, alla possibilità presente di razzia. Costoro arricchiscono rubando sia all'aristocratico assente sia al popolo, e la ricchezza dà potere. Una delle più notevoli e apprezzabili affermazioni di Hoppe è quella del peggioramento delle condizioni del popolo a seguito della transizione dal potere monarchico a quello democratico e della sostituzione della sovranità del re con quella, formalmente, del popolo stesso. E' forse questo tema il nodo cruciale di “Élites naturali, intellettuali e Stato”, tema ripreso e ampliato in “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Hoppe rovescia la generalizzata credenza migliorista secondo cui l'umanità marcia progressivamente verso stadi di sviluppo sempre più elevati. Il passaggio dalla monarchia alla democrazia formale rappresenta in realtà un passo indietro nella civilizzazione, gravido di conseguenze nefaste per la qualità della vita dei governati. Viene da chiedersi a cosa è dovuta quella diffusa credenza migliorista. In primis al progresso tecnico; progresso che sarebbe però avvenuto anche sotto governi monarchici, forse in forme più rispettose della centralità dell'uomo e dell'ambiente in cui l'umanità vive. In secondo luogo, alla rarefazione delle guerre nei (soli) paesi avanzati, rarefazione dovuta però non alla democrazia formale, ma all'inutilizzabilità delle armi atomiche e alla presenza in quei paesi di impianti produttivi troppo costosi per poter essere distrutti. Le condizioni di pace e di progresso tecnico dell'Occidente non sono quindi meriti della democrazia formale, ma conseguenze inevitabili di assetti di diversa natura venutisi a creare, e da soli insufficienti a garantire qualità di vita. L'Autore ben individua alcuni aspetti del reale regresso di civilizzazione avveratosi col passaggio alla democrazia: "Si creò così una “tragedia dei beni collettivi”. Ognuno ora, non solo il re, divenne autorizzato ad impossessarsi della proprietà privata altrui. Le conseguenze furono un maggior sfruttamento da parte del governo (più tassazione); lo scadimento del diritto fino al punto da far scomparire l’idea di un corpo di principi di giustizia universali ed immutabili, rimpiazzati con l’idea che il diritto consistesse nella legislazione (legge creata, invece che scoperta ed eternamente “data”); ed un aumento nel tasso di preferenza temporale sociale (più orientato al presente)." In realtà, in cosa consiste la differenza tra proprietà privata e proprietà pubblica dello stato? Hoppe nota che "Un re possedeva il territorio e poteva passarlo a suo figlio, per cui almeno cercava di preservarne il valore. Un governante democratico, invece, era, ed è, solo un temporaneo gestore che cerca di massimizzare qualsiasi tipo di entrata corrente del governo a spese del valore capitale che viene così sprecato." La proprietà privata del monarca sullo stato è ereditaria, quindi familiare. Parliamo perciò di una famiglia di proprietari - dominanti regi. Questa famiglia regia sa che è, e molto probabilmente sarà, proprietaria dello stato territorio e dello stato comunità. Territorio e comunità sono sue proprietà, quindi vanno curate, ben amministrate, rese più prospere e più potenti. E' naturale che ogni essere umano, ogni famiglia abbia a cuore e curi le sue proprietà, soprattutto quando è quasi certa di potersele tramandare di generazione in generazione. Chiunque collabori in questa opera di cura con la famiglia regia può essere premiato con un avanzamento sociale, garantendo quella mobilità verticale tra le classi misconosciuta dall'Autore. Con ciò non voglio certo negare l'esistenza storica di re e principi che sembrano discendere, piuttosto che dai nobili guerrieri, dai razziatori di cui parlavo sopra: è quest'ultima specie di monarchi che depreda e impoverisce i sudditi per finanziare inutili guerre di confine; storicamente ne sono un esempio i signori italiani, dal Rinascimento in poi. Hoppe focalizza efficacemente la temporaneità della gestione del governante democratico, e quindi il suo interesse alla razzia immediata. Tuttavia vi è da chiedersi: chi è il governante democratico? Esiste, può esistere una proprietà dello stato veramente pubblica? Nella tradizione giuspubblicistica europea la forma monarchica viene contrapposta solitamente alla res publica, che letterelmente vuol dire "cosa di tutti". Hoppe sottolinea giustamente l'essenza altamente elitaria delle poche democrazie comparse nella storia antecedentemente alla prima guerra mondiale. Ma proprietà elitaria è concetto opposto a res publica, proprietà pubblica, di tutti. L'intuizione marcusiana della funzione di controllo sui dominati attribuibile alla distorsione del significato delle parole richiede un approfondimento su tale contraddizione. Democrazia letteralmente vuol dire comando del popolo, potere al popolo. Ma se eccettuiamo i rarissimi casi storici di democrazia diretta, rinvenibili ad esempio nella ecclesia ateniese, è proprio vero che la democrazia delegata, elettiva, rappresentativa, concreta un effettivo potere del popolo votante, quindi delegante? Chi delega potere perde potere a favore del delegato, così come, nell'amministrazione di affari e patrimoni privati, chi delega la gestione degli stessi impoverisce facendo arricchire l'amministratore, il delegato. In fondo, è questa la sorte subita da buona parte della nobiltà, attratta nella capitale, a corte, in una vita dannunziana, mentre il furbo e avido fattore lasciato ad amministrare le grandi proprietà terriere piano piano se ne appropria. Come il fattore tratterà i contadini? Viene da interrogarsi sulle qualità di governante di tale soggetto, perché sarà poi proprio lui, il fattore arricchito, a comprarsi i voti per farsi eleggere in democratici parlamenti. La democrazia elettiva postula l'incertezza, la precarietà e quindi la temporaneità del potere, e la necessità di comprarsi il consenso, l'acquiescenza. Per le famiglie discendenti dal banchiere che manda avanti i sanculotti o dal fattore profittatore il potere sullo stato dipende dalla ricchezza, dalla possibilità economica di comprare consenso. Tali nuove famiglie dominanti non possono contare sul riconoscimento spontaneo di autorità da parte del popolo. Le masse urbanizzate, operaizzate, costrette a sopravvivere in condizioni abitative e lavorative spaventose, o i braccianti agricoli sfruttati, odiano tali famiglie dominanti. Queste famiglie devono quindi risolvere il problema della continuità del potere, e l'unica garanzia di sopravvivenza quali famiglie dominanti diviene il poter mettere le mani sugli apparati dello stato, in particolare sul fisco. Questo permette di socializzare i costi del consenso, cioè di far pagare alla maggioranza di oppositori o di disinteressati il costo sia delle rendite distribuite ai clientes sia dei copiosi sussidi che le famiglie al potere ritagliano per se stesse, camuffandoli sotto le più varie forme e con le più varie modalità. Ovviamente, a tal fine, più disinteressati e distratti ci sono fra il popolo, meglio è. Nel passato le forme di controllo erano prevalentemente fisiche, coercitive e punitive, dalla frusta alla forca. Oggi le forme di controllo sono essenzialmente mentali, si avvalgono dei mass media, e mirano alla pianificazione delle esistenze dei dominati e alla canalizzazione e deviazione del loro pensiero: il dominante dice al dominato cosa deve volere nella vita. Le odierne forme di controllo mentale sono complementari al ricatto lavorativo - reddituale tipico del clientelismo, consistente ad esempio nella concessione del posto di lavoro solo alle famiglie di servi di provata fedeltà e obbedienza. Ciò nonostante rimane l'altro problema, quello del non riconoscimento spontaneo di autorità, generalmente espresso come odio. La soluzione a tale secondo problema viene trovata nella non visibilità del potere effettivo. Il potere viene esercitato su di un territorio, un comune, una provincia, una regione, uno stato, più stati, da una famiglia o da gruppi di famiglie in vario modo alleate tra loro. Nel passato caratteristica del potere era la visibilità: tutti dovevano sapere quale famiglia o gruppo di famiglie comandava sul territorio: funzionali alla visibilità erano i simboli del potere, scettri, corone, emblemi, sigilli, stemmi sui palazzi, effigi sulle monete e quant'altro. Il potere era quindi manifesto, dichiarato; oggi invece si nasconde dietro la formale e ovviamente fittizia dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Oggi il potere vuole (o deve) essere invisibile: pochissimi sanno quali famiglie controllano anche solo il comune in cui vivono; eppure quelle famiglie di dominanti determinano qualitativamente le esistenze dei residenti. Strumentale alla non visibilità è l'esercizio del potere attraverso prestanomi, politici e amministratori pubblici, schermi tra le famiglie al potere e le famiglie dei dominati: questi prestanomi non hanno alcun potere proprio, eseguono gli ordini delle famiglie dominanti e gestiscono le briciole e le elemosine del clientelismo. Possono essere facilmente preposti a quelle cariche dalle famiglie dominanti: esse finanziano questi politici di professione come propri dipendenti, gli unici destinati a entrare nelle liste di candidati, o comunque gli unici ad avere possibilità di essere eletti. Tuttavia le soluzioni suddette escogitate dalle famiglie di dominanti per mantenersi al potere in un regime formalmente democratico, come facilmente si intuisce dalla loro stessa natura e dalla macchinosità dei meccanismi loro strumentali, non hanno certo quella longevità garantita da un consenso ottenuto, gratuitamente, in base ai meriti. Quindi rimane validissima la descrizione di Hoppe del comportamento del governante democratico, orientato al presente, e dei suoi effetti principali: aumento della spesa pubblica, del disavanzo pubblico, della tassazione e dell'inflazione, e forzata rimozione mentale dei più elementari diritti naturali. Tali effetti sono con maggior dettaglio descritti nel saggio “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”, leggendo il quale non si può non ammirare, oltre alla chiarezza, una libertà di giudizio, opinione ed espressione generalmente impensabile in un docente universitario europeo. L'Autore comprova la sua tesi di scadimento della qualità dei dominanti a seguito del passaggio dalla proprietà privata monarchica dello stato alla res publica democratica, a partire dalla fine del primo conflitto mondiale, con i dati sull'innalzamento degli indici di sfruttamento e di orientamento al presente. In primis la tassazione: fino alla seconda metà del XIX secolo il potere pubblico non gestisce più dell'8% del reddito nazionale; la prima tassazione del reddito viene instaurata nel Regno Unito solo nel 1843; perfino all'inizio della prima guerra mondiale le spese totali del governo non salgono sopra il 10% del PIL. Oggi lo stato toglie ai cittadini, solo con la tassazione, e senza considerare l'inflazione, ben oltre il 50% della nuova ricchezza da loro prodotta e quote consistenti dello stock di ricchezza privata esistente. L'impiego pubblico, strumento di punta del clientelismo e della socializzazione dei costi del consenso, aumenta a dismisura: fino alla fine del XIX secolo l'occupazione nel settore statale raramente eccede il 3% del totale della forza lavoro; oggi siamo sopra al 15%. L'inflazione è il più pesante e il più subdolo tributo che le famiglie dominanti possono imporre ai cittadini. Durante l'era monarchica vi è una moneta - merce, con un valore intrinseco dato dalla preziosità del metallo di cui è composta, per lo più oro e argento, e quindi largamente sottratta al controllo governativo: in tale condizione, il livello dei prezzi viene generalmente calando e il potere d'acquisto aumentando, salvo che nei periodi di guerra o di scoperta di nuovi giacimenti dei detti metalli. La ricchezza mobiliare dei cittadini, il valore dei loro risparmi, vengono quindi tutelati e preservati. Dopo la prima guerra mondiale e fino ai giorni nostri, in era di repubbliche democratiche, con l'imposizione del corso forzoso della moneta cartacea, stampabile praticamente a costo zero e priva di valore intrinseco, e col concomitante progressivo abbandono del gold standard, cioè della convertibilità in oro della cartamoneta, gli indici dei prezzi moltiplicano paurosamente i loro valori, bruciando i risparmi della gente a tutto vantaggio degli stati e delle famiglie di dominanti che traggono la loro ricchezza dall’uso strumentale, a loro favore, dello stato e della spesa pubblica. Di fatto, l’inflazione è stata negli scorsi decenni e continua ad essere ancor più oggi lo strumento di una gigantesca depredazione dei patrimoni di chi non è al potere. Durante l'era monarchica il debito pubblico era essenzialmente debito di guerra, e nei periodi di pace i monarchi tendevano a diminuire i propri debiti. Dall'inizio dell'era democratica il debito pubblico non fa che aumentare, e letteralmente esplode con l'avvento del regime di pura carta moneta non convertibile. Per il cittadino è come se un estraneo si fosse arrogato il diritto di prestarsi somme da una banca in nome e per conto del cittadino medesimo: i soldi li prende e li usa l'estraneo, il debito dovrà pagarlo il cittadino con gli interessi. Il passaggio dallo ius naturalis, un insieme di principi e di regole naturali, intrinseche a ogni essere umano e quindi universalmente riconosciute, rispettate anche dai sovrani in quanto a loro preesistenti, al diritto positivo, unilateralmente e arbitrariamente posto, o meglio imposto da un legislatore privato appropriatosi dello stato, passaggio già di per sé distruttivo di possibilità ed aspettative di convivenza, vede in era democratica un aggravamento nell' inflazione legislativa, nella produzione alluvionale di decine di migliaia di leggi e regolamenti. Con uno sviluppo del tutto simile a quello della democratizzazione della moneta, cioè della sostituzione di carta moneta governativa alla moneta merce privata dotata di valore intrinseco con conseguente inflazione e incertezza finanziaria, l'alluvione legislativa porta al progressivo deprezzamento di tutte le leggi e all' incertezza giuridica. Le più insignificanti minime attività umane vengono minuziosamente e inutilmente regolamentate, a dimostrazione del potere totalitario di un governo formalmente democratico. Invece, complici una magistratura statalista di bassa qualità, selezionata clientelarmente, e un allungamento temporale dei processi, vengono di fatto scarsamente o per nulla tutelati proprio i diritti naturali fondamentali, quelli all'incolumità della propria persona, al rispetto della proprietà privata individuale e familiare, alla libertà di opinione, alla libera iniziativa economica, alla salute, alla vivibilità dell'ambiente e delle città. Hoppe vede ulteriori indici di orientamento al presente e di deterioramento qualitativo. Nota il sistematico incremento degli indicatori di disintegrazione familiare, del numero di famiglie disfunzionali e ritiene in buona parte responsabile di ciò la spesa sociale e il progressivo sollevamento dei dominati dalla responsabilità di provvedere alla propria salute, alla propria vecchiaia. La sistematica riduzione della sfera e dell'orizzonte temporale dell'azione previdente privata porta alla perdita di valore del matrimonio, della famiglia, dei figli, del risparmio privato, e al calo del tasso di natalità. Crescono rapidamente invece i divorzi, i figli illegittimi, i genitori non sposati, i single, gli aborti. Come effetto del discredito della legge causato dall'inflazione legislativa, e della collettivizzazione delle responsabilità creata dalle politiche di formale welfare, aumenta sistematicamente la criminalità: "...una sistematica relazione tra alta preferenza temporale e crimine esiste, perché per guadagnarsi un reddito sul mercato è necessario un minimo di pianificazione, pazienza e sacrificio. […] Di contro, la maggior parte delle attività criminali […] non richiedono una tale disciplina. Il compenso per l’aggressore è immediato e tangibile, mentre il sacrificio – la possibile punizione – è futuro e incerto.” La proprietà degli stati storicamente esistiti è stata sostanzialmente privata. Stati di formale proprietà pubblica, di democrazia formale delegata, hanno camuffato sostanziali tirannie oligarchiche di famiglie di potentati di qualità discutibile, caratterizzati e differenziati dall’orientamento al presente. Come già notato, Hoppe lascia irrisolte alcune altre contraddizioni; vediamo se una loro visione da un diverso profilo ci permette di dar loro una maggiore chiarezza. Hoppe annovera l'inflazione tra gli indici e strumenti di sfruttamento; tuttavia l'inflazione non è solo questo. Essa è anche strumento di blocco della mobilità verticale tra le classi e di eliminazione di potenziali e competitivi concorrenti. Pratichiamo per un attimo una assunzione di ruolo e immedesimiamoci nelle ansie delle famiglie dominanti il regime di democrazia delegata, invisibili e temporanei proprietari molto privati di uno stato formalmente di pubblica proprietà. Chiediamoci chi realmente costoro temano, in ciò non differenti da qualsiasi dominante (monarchi compresi) di bassa qualità. La risposta ce la dà lo stesso Autore, nel momento in cui descrive la necessità per il monarca di monopolizzare le funzioni di giudice e pacificatore, per sottrarle ad altri membri dell'élite, quindi contro altri membri dell'élite. Questi ultimi, se appartenenti alla genìa dei meritevoli, e come tali riconosciuti dal popolo, hanno capacità e virtù; se invece sono della specie dei razziatori hanno comunque la forza bruta, la determinazione ad usarla, e sanno come usarla. Sono quindi soggetti e famiglie competitivi rispetto al dominante, e potrebbero surclassarlo o annientarlo. La competitività di un monarca, di una dinastia regia, come di qualsiasi altro dominante, tende nella maggior parte dei casi a scadere nel tempo, con l'età del singolo individuo o col passaggio del potere di generazione in generazione. Il combattere a volto scoperto e ad armi pari su quello che possiamo definire il libero mercato sociale diventa un rischio, ovviamente da evitare, truccando le regole naturali del gioco, finché si ha il potere per farlo. Il diritto positivo e la creazione e l'utilizzo di uno stato - apparato clientelare e assistenzialista sono le scorciatoie più comode per realizzare questo imbroglio, per bloccare nella comunità la mobilità verticale e il ricambio delle élites. Il diritto positivo calpesta lo ius naturalis e quindi soffoca l'emergere spontaneo di élites naturali, rifacendosi ad ideologie elaborate da intellettuali prezzolati, che vengono imposte come verità ad un popolo lasciato senza reali strumenti culturali, strumenti che permetterebbero alle masse di confutare e riconoscere come false e formali le ideologie medesime. Storicamente l'applicazione innaturale, forzosa di tali ideologie alle scelte di governo e di organizzazione sociale ha sempre, immancabilmente, portato a catastrofi e sofferenze, anche di dimensioni continentali se non planetarie (si pensi, per tutte, alla ideologia comunista). Sotto il profilo economico, sia il diritto positivo, con il prescrivere contro la natura del mercato la burocratizzazione del mercato medesimo e la scomparsa della libera concorrenza, sia la tassazione, ovvero l'assoggettamento al tributo, sia infine il controllo sull'emissione della moneta e la conseguente voluta inflazione, permettono ai dominanti di stroncare sul nascere l'accumulazione di ricchezze da parte di famiglie concorrenti. Viene così impedita la costruzione di patrimoni a quelle élites che, in assenza di tali vessazioni, sarebbero emerse naturalmente per i loro meriti e le loro capacità, probabilmente ben maggiori di quelli dei dominanti stessi. Hoppe perde un’occasione di affondare il coltello nella piaga nel momento in cui non approfondisce il formalismo dell’economia keynesiana, l’economia del clientelare e parassitario tassa e spendi, l’economia di carta dei contabili, degli esattori, dei ragionieri di regime. Il keynesianesimo è la trasposizione nel campo delle scienze economiche dell’orientamento al presente che caratterizza le tirannie oligarchiche travestite da democrazie formali delegate. Dopo Keynes la scienza economica è divenuta una scienza formale, mistificante, inducente all’errore. L’architettura keynesiana sia della scienza economica sia dei sistemi economici è stata ufficializzata, accademizzata, assurta al rango di principio scientifico, e adottata perfino dai suoi detrattori, venendo così a costituire una sorta di trappola mentale, di blindatura del pensiero ossequiente. Eppure nulla è più contrario alla realtà della fondamentale equazione keynesiana ricchezza uguale reddito. Ma l’economia vera, sostanziale, è una scienza riservata alla nobilitas naturalis di cui parla Hoppe, a quegli individui e a quelle famiglie che ogni giorno combattono liberamente sul mercato. Proprietà privata e libero mercato sono ragioni di vita che trascendono le possibilità e le stesse esistenze di esattori, contabili e ragionieri, più o meno prezzolati, certo improduttivi. Rimane anche irrisolta la contraddizione tra indipendenza e mercenarizzazione, intrinseca all’essenza dell’intellettuale. Tuttavia Hoppe sembra in qualche modo rendersene conto nel momento in cui attribuisce un ruolo futuro salvifico più alle élites naturali che a quelle intellettuali. Aggiungo a commento che trovo errato usare il termine élite per designare il ceto intellettuale: la storia la fa sempre chi agisce, non chi si limita a pensare. La funzione dell’intellettuale mi sembra meramente strumentale e assimilabile a quella del manager del settore pubblicitario. La qualità dell’intellettuale può riscattarsi solo nel momento in cui egli svolge esclusivamente opera di deformalizzazione di falsità imposte come verità, per rendere chiara e svelata la sostanza dei rapporti di forza e di depredazione tra dominanti e dominati. Ciò nonostante, l’effetto del suo pensiero si riduce a nulla se le élites naturali, che in quel momento storico stanno subendo i tentativi di depredazione da parte di quelle famiglie di dominanti che si sono appropriate dello stato, non reagiscono. E solo tali élites naturali possono reagire, perché solo loro hanno il know-how necessario per reagire con continuità, accanimento e successo: dalla massa abulica e sapientemente istupidita del popolo, della plebe priva di identità familiare, non ci si può aspettare nulla. L’ultima cosa da chiedersi è se queste élites naturali esistono oggi o esisteranno più nell’immediato futuro. Hoppe descrive magistralmente la storia recente e il destino odierno delle élites naturali, cioè di quelle élites riconosciute spontaneamente dal popolo per i loro meriti. Con la democratizzazione si ha la definitiva distruzione delle élite naturali e della nobiltà. “I patrimoni delle grandi famiglie vennero dissipati, in vita e nel momento della morte, attraverso la confisca delle tasse. Le tradizioni di indipendenza economica delle casate, di lungimiranza intellettuale, di guida morale e spirituale si persero e furono dimenticate. Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti, bensì “nouveaux riches”. La loro condotta non è caratterizzata da virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa cultura proletaria di massa orientata al presente, dell’opportunismo e dell’edonismo che il ricco e il famoso condividono con chiunque altro. […] La democrazia ha realizzato ciò che Keynes aveva solo sognato: l’“eutanasia della classe dei rentier”. […] Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha proletarizzato le élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero e il giudizio delle masse.” Un’accurata indagine sociologica sull’origine, la genesi dinastica, e sulle modalità di arricchimento e di conquista della proprietà dello stato da parte delle attuali famiglie dominanti sarebbe di estrema utilità per capire e valutare l’infima qualità dei dominanti medesimi, nonché il loro distruttivo (e autodistruttivo) orientamento al presente. Temo inoltre che la fossilizzazione delle gerarchie stataliste, ivi comprese quelle originanti dall’economia dei traffici illeciti, blocchi non solo la mobilità verticale ma la stessa possibilità di nuova generazione di élites naturali valide. Rovescerei al riguardo il rapporto causa - effetto proposto da Hoppe: a mio avviso l’esistenza di una élite naturale volontariamente riconosciuta – una nobilitas naturalis – richiede come presupposto sociologico l’esistenza di un’economia basata sulla proprietà privata e sul libero scambio. E questo proprio perché il risultato naturale delle transazioni tra proprietari privati è non ugualitario ed elitario: per effetto della diversità dei talenti umani e grazie alla loro maggior capacità, coraggio, ordine, diligenza, precisione, alcuni individui, alcune famiglie possono raggiungere lo status di élite ed acquisire un’autorità naturale riconosciuta dai loro simili. O meglio, possono farlo se hanno l’ambiente adatto: l’economia di libero mercato. Non possono farlo in un sistema - paese nel quale famiglie dominanti di infima qualità depredano e stroncano sul nascere i possibili competitors tramite l’inflazione e la tassazione, quando non tramite le persecuzioni giudiziarie. Per concludere, porrei l’accento proprio sulla situazione in cui si trova il dominato consapevole nella società formalmente democratica, e mi piace farlo riprendendo la perfetta descrizione resane da Hoppe: “In contrasto col diritto di autodifesa riconosciuto in caso di attacco criminale, la vittima di aggressioni statali ai diritti di proprietà non può legittimamente difendersi. L’imposizione di una tassa sulla proprietà o sul reddito viola i diritti di un proprietario o di un produttore allo stesso modo del furto. In entrambi i casi la quantità di beni del proprietario o del produttore viene diminuita contro la loro volontà e senza il loro consenso. La creazione di cartamoneta statale (di liquidità) implica una espropriazione della proprietà altrui non meno fraudolenta dell’attività di una banda di falsari. Allo stesso modo, ogni regolamentazione statale che ingiunga ad un proprietario di fare o non fare qualche cosa con i propri beni – oltre la regola che nessuno può danneggiare la proprietà altrui, e che tutti gli scambi devono essere volontari e contrattuali – implica un “esproprio” della proprietà altrui paragonabile ai peggiori atti di estorsione, rapina o distruzione. Ma la tassazione, l’inflazione di cartamoneta e le regolamentazioni statali, diversamente dalle loro equivalenti attività criminali, sono considerate legittime, e la vittima di un’aggressione governativa, a differenza della vittima di un crimine, non ha diritto a difendere e proteggere fisicamente la propria proprietà.” Cos’altro aggiungere, se non che in Italia, la patria statalista della più alta tassazione e della più alta inflazione, è misconosciuta perfino l’autodifesa contro il crimine, non è permesso il libero porto d’armi agli incensurati, le forze dell’ordine sono volutamente tenute in condizione di non nuocere ai traffici della nuova economia, quella criminale, che sparge soldi in giro… La responsabilità del nostro sprofondare nell’anti-civiltà, nella povertà, del nostro non pensare e non agire, del nostro non reagire, è solo e interamente nostra. Immersi in questo regresso di civiltà, non potremo più pensare ad altro, divagarci, rimuovere dalla mente ciò che è sgradevole, perché i nostri patrimoni sono svalutati e indifesi, perché la povertà incombe e troppe famiglie non arrivano più alla fine del mese, troppe imprese chiudono o delocalizzano, troppi immigrati vengono qui ad appropriarsi di ciò che non è loro. In quella che lo Schmerb, nel suo “Il XIX Secolo: Apogeo dell’espansione europea”, definiva “la migliore probabilità di vittoria nella corsa allo sfruttamento delle ricchezze del globo”, altre nazioni, ben serrate nella loro escludente identità, e altri continenti si appropriano del rango di world masters, contro di noi, contro noi sognatori illusi, che divenuti incapaci di costruire per noi un paradiso naturale e umano al tempo stesso, ci rifugiamo in quelli artificiali inesistenti. Dovremo ricominciare dalla base, dalla nostra mente, dal nostro modo di concepire la vita, dal nostro nucleo identitario individuale, dalla nostra famiglia, dai nostri figli, dal nostro condominio, dalla nostra via, dal nostro quartiere, dal nostro comune… Dovremo farlo, non vi sono alternative. Avv. Filippo Matteucci Nota: Hans-Hermann Hoppe, professore di economia alla University of Nevada di Las Vegas, è un economista nato in Germania, esponente di punta della Scuola Austriaca odierna e filosofo politico libertarian. E’ Distinguished Fellow del Ludwig Von Mises Institute. La sua notorietà anche in Italia, ambiente ostico e censorio rispetto all’antistatalismo caratterizzante tale Scuola di pensiero, gli deriva, oltre che dal riconoscimento internazionale dell’alta qualità dei suoi scritti, dall’aver insegnato alla Johns Hopkins University di Bologna. I suoi testi, compresi i due saggi oggetto del presente commento, sono reperibili sul Web sia presso il suo sito personale http://www.hanshoppe.com/ sia presso il sito del Ludwig Von Mises Institute http://www.mises.org/ . (Saggio pubblicato su Ladestranews del 28.4.2008 http://www.ladestranews.it/cultura/propriet-privata-e-propriet-pubblica-dello-stato-in-hans-hermann-hoppe.html)

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permalink | inviato da MariaSebastianelli il 14/5/2008 alle 17:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Effetti di un aumento della tassazione sulle cosiddette rendite finanziarie delle persone fisiche
post pubblicato in diario, il 18 dicembre 2007


I redditi da investimento finanziario, plusvalenze, dividendi e interessi, sono "redditi", e non "rendite". Il termine "rendita" nelle scienze economiche ha tutt'altro significato, definisce il guadagno che deriva dalla proprietà della terra. L'uso errato del termine sembra voler suggerire l'idea che i percettori di redditi finanziari, i risparmiatori, siano dei parassiti che vivono, appunto, "di rendita", senza produrre nulla. La realtà è ben diversa. Chi oggi non dedica tempo, lavoro, energie e soldi nella personale ricerca del miglior investimento finanziario, e investe a caso, sicuramente non sta guadagnando niente, anzi sta rimettendoci. Chi si affida alla gestione altrui non arricchisce, ma fa arricchire il gestore. Se oggi si vuole avere dei redditi reali dagli investimenti finanziari, occorre divenire dei trader a livello semiprofessionale, o almeno provarci; ed è questo che hanno fatto decine di migliaia di risparmiatori. Il lavoro di investimento finanziario è un lavoro durissimo, senza orari né ferie, ad altissimo rischio (soprattutto in Italia, dove sono carenti o inesistenti delle reali protezioni per i risparmiatori), lavoro che richiede una preparazione e un impegno enormi, continui, impensabili. In materia di risparmio e tassazione del risparmio vi è una diffusa mancanza di conoscenza. In troppi esprimono pareri sulla base di irreali concezioni demagogiche ed ideologiche, senza il fondamento di una precisa conoscenza tecnica della questione. Gli errori più grossolani che solitamente si fanno sono sostanzialmente due. Il primo consiste nel considerare il reddito finanziario nominale, e non quello reale, cioè depurato dall'inflazione che colpisce il patrimonio investito. Il secondo errore viene commesso quando si vuol mettere sullo stesso piano le aliquote nominali di imposte profondamente diverse fra loro quali sono, dettagliatamente, l'imposta sul reddito delle persone fisiche, l'imposta sui redditi societari che colpisce le imprese, e l'imposta sostitutiva che viene invece applicata ai redditi finanziari: la diversa formazione della base imponibile di ciascuna di queste imposte fa sì che una ipotetica identica aliquota nominale, poniamo del 20%, pesi molto di più nel caso di imposta sostitutiva, nettamente di meno per l'imposta sul reddito delle persone fisiche, e ancor meno per l'imposta sulle imprese. Il mettere sullo stesso piano le aliquote nominali delle tre diversissime imposte, così come il non tenere conto dell'inflazione che colpisce i risparmi, possono anche essere fatti in buona fede, ma costituiscono tuttavia grossolane manifestazioni d'incompetenza. Esaminiamo sinteticamente quali sono le tipologie più comuni di redditi da investimento finanziario: - dividendi: parte degli utili di una società distribuita agli azionisti. Il risparmiatore che investe acquistando azioni di una società diviene comproprietario pro quota di quella società; - plusvalenze o capital gains: differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita di uno strumento finanziario, azione, obbligazione, future, ecc.. Il risparmiatore, con un difficile lavoro di trading, cerca di guadagnare sulla differenza di prezzo, rischiando però molto seriamente di perdere; - interessi: remunerazione del capitale prestato. Il risparmiatore, investendo in (cioè comprando) obbligazioni (bond) emesse o da stati (BTP, BOT, Bund.) o da società private (corporate), presta loro soldi, rischiando di non riaverli indietro (bond Cirio, bond argentini), e in cambio riceve un interesse. Non rendono più quasi nulla, invece, depositi e conti correnti, anzi questi ultimi spesso generano costi netti per il correntista. In tutti e tre i tipi di redditi finanziari ora visti, vi è un reddito - guadagno reale solo se a fine anno l'accrescimento monetario del denaro del risparmiatore è superiore alla perdita di valore, di potere d'acquisto del denaro stesso, cioè se è superiore all'inflazione effettiva; altrimenti c'è una perdita reale (o rendimento reale negativo). In questi ultimi anni i guadagni monetari sono stati e sono tuttora mediamente inferiori all'inflazione effettiva, quindi i risparmiatori stanno perdendo ricchezza; questo ha generato la corsa all'acquisto degli immobili, con conseguente bolla speculativa immobiliare. In sintesi, il vero reddito, ipoteticamente da tassare, sarebbe quello che rimane dopo aver sottratto l'inflazione al rendimento nominale: invece oggi l'imposta colpisce tutto il reddito, anche quella parte annullata dalla perdita del potere d'acquisto dei risparmi investiti. Ciò nonostante, in occasione delle finanziarie degli ultimi anni, sono state da più parti avanzate pressanti proposte di un ulteriore aumento della tassazione del risparmio. Vari economisti, come Luigi Einaudi, hanno storicamente espresso seri dubbi sulla opportunità e utilità della tassazione dei redditi da investimento finanziario, tassazione ritenuta controproducente per lo sviluppo del paese; ciò in quanto: 1. il risparmio è denaro, moneta, e come tale è soggetto ad inflazione, cioè a perdita di potere di acquisto, ovvero a perdita di valore. Questa perdita di valore va a favore dello stato, uno stato debitore in quanto è lui, direttamente o tramite enti da lui controllati, che emette tale moneta. Quindi l'inflazione è una tassa, anzi, è il più pesante e subdolo tributo di cui già si avvantaggia lo stato. Tutti sperimentiamo quotidianamente che in Italia c'è un'inflazione ben superiore a quella ufficialmente dichiarata dall'ISTAT: questa inflazione reale è il tributo che i risparmiatori già pagano al fisco, cui si aggiunge l'attuale imposta sostitutiva del 12,5% che ora si vorrebbe aumentare; 2. i possessori di grandi patrimoni mobiliari non verranno minimamente scalfiti da tale aumento della tassazione sui redditi finanziari, in quanto costoro o hanno già la residenza fiscale all'estero, o hanno messo in atto escamotage di fiscalità internazionale, quali i trust offshore, per cui già oggi non pagano all'Italia un centesimo di tasse su tali grandi capitali mobiliari, né l'Italia può e potrà fare nulla contro di loro; quindi l'aumento della tassazione sui redditi finanziari di fatto andrebbe a colpire solo i piccoli e medi risparmiatori; 3. i risparmiatori sono stati i soggetti più svantaggiati nella redistribuzione del reddito degli ultimi anni, tra rendimenti reali negativi, crollo della new economy, crack di società quotate (Parmalat, Cirio, Ferruzzi.); nel contempo i prezzi degli immobili, ritenuti l'unico vero bene rifugio tutelante dall'inflazione, sono saliti alle stelle gonfiati per di più dai tassi di interesse ai minimi del secolo; 4. decine di migliaia di risparmiatori nei decenni scorsi hanno ripopolato Svizzera, Montecarlo e Austria, fuggendo dall'Italia, portando via i loro soldi anche quando il farlo costituiva reato, pur di difenderli dallo stringersi della tenaglia fisco - inflazione; far fuggire anche gli ultimi rimasti sicuramente non aiuta l'Italia a risalire la china dello sviluppo economico. Se verrà elevata l'aliquota sui redditi finanziari l'Italia avrà perso per tali risparmiatori l'ultima debole attrattiva che le era rimasta. Di paradisi fiscali sparsi per il mondo (o neanche troppo lontani) che li aspettano a braccia aperte, e già pieni di Italiani, ne trovano quanti ne vogliono. E gli anni '60 e '70 hanno ampiamente dimostrato che i capitali in fuga non possono essere fermati; 5. la diminuzione dei redditi da risparmio, annientati dalla morsa bassi rendimenti - aumento della tassazione, ha devastanti effetti depressivi su economia e consumi, innestando una spirale di stagnazione che può durare decenni, come è successo in Giappone; 6. la fuga dagli investimenti finanziari spingerebbe la gente ad investire ancora di più in immobili, e quindi causerebbe un ingigantirsi della bolla speculativa immobiliare, con prezzi degli immobili già ora insostenibili; 7. a livello di Scienza delle finanze, il beneficio per l'erario derivante dall'aumento della tassazione sui redditi finanziari è irrisorio e quanto mai incerto, con più svantaggi che vantaggi, mentre ne è ben chiara la creduta valenza politico-demagogica, oltretutto nettamente obsoleta in relazione all'attuale composizione del patrimonio della maggioranza degli Italiani; 8. chi ha risparmi da investire in strumenti finanziari, ha tali risparmi perché ha messo da parte una quota dei suoi redditi: redditi già tassati dall'imposta sul reddito nei periodi fiscali in cui sono stati percepiti; i risparmi sono quindi reddito già tassato; 9. i dividendi, in quanto utili societari, sono già tassati in capo alla società, la quale li distribuisce al netto dell'imposta societaria ai risparmiatori-azionisti, i quali poi, nuovamente, pagano l'imposta sostitutiva su di essi; i dividendi sono quindi già doppiamente tassati; 10. le plusvalenze e gli interessi sono guadagni per chi li percepisce, ma perdite per chi li paga: il saldo finale per l'intera economia è zero, non vi è valore aggiunto assoggettabile equamente a tassazione, né motivi equi per cui il fisco si intrometta tra chi perde e chi guadagna; 11. certi industriali non possono scaricare la colpa del mediocre andamento delle loro imprese sul carico fiscale che subiscono, di fatto bassissimo: l'aliquota sul reddito d'impresa è fittizia, visto che si applica non su tutto il reddito, ma solo sul reddito imponibile, e qualsiasi commercialista è in grado di decimare l'imponibile del reddito d'impresa. Tutta una serie di fasce esenti, deduzioni e detrazioni sono previste per tutti gli altri tipi di reddito, a cominciare dal reddito da lavoro dipendente. Le aliquote sui redditi finanziari, invece, si applicano senza sconti su tutto il reddito, fino all'ultimo centesimo, non essendovi alcuna possibilità di dedurre costi e spese dall'imponibile. Si applicano anche sulle perdite da inflazione. Quindi il paragonare l'aliquota solo nominalmente più alta del reddito d'impresa o di lavoro a quella del 12,5% sui redditi finanziari non ha senso. Il vero problema, insormontabile, è che il costo del lavoro italiano è dieci volte quello cinese o indiano; 12. per i risparmiatori le perdite finanziarie (minusvalenze) sono deducibili dal reddito imponibile solo per quattro anni, quando i cicli economici e di borsa durano ben più di quattro anni. Esemplificando molto, se nell'arco di dieci anni il risparmiatore ha guadagnato 10 e perso 20, con un risultato finale netto negativo (perdita) di -10, ha comunque buone probabilità di pagare tasse come se avesse guadagnato +5: può sembrare assurdo, ma è così, questa è la legge in vigore; 13. gli stessi trader professionisti additati come "speculatori" sono decine di migliaia di onesti lavoratori che producono ricchezza, contribuiscono a far affluire denaro in borsa, non chiedono i sussidi o il pizzo a nessuno, pagano l'inflation tax e l'imposta sostitutiva fino all'ultima lira, e se operano anche sulle borse estere portano e spendono i loro profitti in Italia: non si capisce perché questo settore che produce ricchezza e occupazione debba essere penalizzato da misure fiscali punitive; 14. è semplicemente priva di senso l'affermazione che l'aumento dal 12,5% al 20% dell'aliquota su BOT e guadagni di borsa verrebbe compensato dalla diminuzione dal 27 al 20% della tassazione sui conti correnti (in questo consisterebbe la cosiddetta "armonizzazione delle aliquote"): i conti correnti non rendono praticamente nulla, anzi, spesso danno rendimenti infinitesimali ben inferiori al loro costo, servono solo a parcheggiare moneta; su cosa verrebbe abbassata l'aliquota dal 27 al 20%, sul nulla? Il reddito per i risparmiatori viene dai BOT e dai guadagni di borsa: l'"armonizzazione" delle aliquote maschera, male, un aumento della tassazione del risparmio; 15. l'altro pretesto addotto a sostegno dell'aumento della tassazione del risparmio, la pretesa necessaria "armonizzazione" della nostra tassazione a quella degli altri paesi europei, è anch'esso infondato: la tassazione dei redditi finanziari (come dei profitti d'impresa) nei 25 paesi europei e' diversissima, e vi sono paesi in cui i redditi finanziari sono completamente esenti da tassazione; sulla tassazione dei redditi finanziari ogni paese va avanti per conto suo. Da sottolineare comunque che nei paesi dove esistono già misure fiscali vessatorie, le banche e le SIM non irrilevanti che si occupano esclusivamente di investimenti in borsa, per ciascuna nazione, non arrivano alle dita di una mano: in Italia, costituendo un patrimonio di professionalità e di lavoro tutto italiano, ne sono oltre 20, tra cui le migliori e le più grandi d'Europa, e tra le più efficienti e convenienti al mondo; in caso di aumento della tassazione sul risparmio almeno la metà saranno costrette prima ad appesantire le commissioni e poi a chiudere i battenti, licenziando i dipendenti. La vera tendenza internazionale, a partire dagli USA, è per una consistente diminuzione della tassazione sui redditi finanziari al fine di attrarre i capitali indispensabili per lo sviluppo. Purtroppo in Italia certi industriali non amano finanziarsi tramite i normali canali finanziari e le Borse, e dover così rispondere del loro operato di fronte ai risparmiatori e al mercato. Non ha quindi alcun senso parlare di armonizzazione. E poi si pagano tasse per avere dei servizi: ordine pubblico, giustizia, sanità: i servizi offerti dallo stato agli Italiani non sono neanche paragonabili a quelli dei migliori paesi europei. L'Italia non subisce alcun declino se gli Italiani preferiscono essere risparmiatori, azionisti o creditori di imprese dislocate all'estero, invece che operai della Fiat. Agli Italiani vanno gli utili, la ricchezza, e all'estero va il lavoro più usurante. La realtà, la verità, è che all'Italia non servono industrie inquinanti, manodopera importata e inutili burocrati, ma l'Italia ha, quasi unica al mondo, i requisiti di storia, arte, clima, gastronomia, ambiente per divenire la residenza stabile e/o la meta turistica dei ricchi del mondo, e che ciò può portarci ben più ricchezza di qualsiasi altra tipologia di sviluppo economico. Potremmo divenire la Florida dell'Unione Europea, potremmo vivere in un paradiso per benestanti, invece che, tartassati, in un inferno di extracomunitari, di criminalità, spaccio, prostituzione, di inquinamento e di rumori. Sarebbe molto più intelligente difendere il patrimonio ambientale e culturale, la qualità della vita, e attirare i ricchi, detassando tutti i redditi tipici dei ricchi, tra i quali anche quelli finanziari. L'eliminazione dell'attuale imposta sostitutiva su plusvalenze, dividendi e interessi, stimolerebbe l'investimento in borsa e restituirebbe vitalità a quel meccanismo economico di circolarita' della ricchezza che dovrebbe essere ben conosciuto da Quesnau in poi. Tale meccanismo circolare della ricchezza, generato dall'investimento del risparmio, e al quale la speculazione finanziaria dà stimolo ed energia, dovrebbe costituire il riferimento obbligato per chiunque voglia sensatamente pronunciare la parola "sviluppo". Ricordo infine che la nostra Costituzione agli articoli 42 e 47 tutela, unitamente alla proprietà privata degli immobili, il risparmio in tutte le sue forme. Per la crescita della ricchezza di ciascun Italiano e dell'Italia tutta non è necessario che "qualcun altro" paghi più tasse. La via maestra è ridurre sprechi e spese, meno stato e più mercato, e non più tasse a questo o a quello. da: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20071112.htm 12 novembre 2007

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permalink | inviato da MariaSebastianelli il 18/12/2007 alle 17:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
EFFETTI DELLA MANOVRA SUL TASSO DI INTERESSE
post pubblicato in diario, il 18 dicembre 2007


Alcune considerazioni, assolutamente non sistematiche, sulle conseguenze delle manovre sul costo del denaro, considerazioni che si inquadrano tuttavia nella critica ai fautori di un'economia di carta; mi riferisco con tale locuzione agli epigoni delle scuole keynesiane o neokeynesiane, a coloro che sognano di poter creare ricchezza dal nulla, ricorrendo alla spesa pubblica, al debito pubblico, a interventi e interferenze di uno stato onnipresente su variabili economiche non reali ma meramente contabili o monetarie.

Gli effetti di una manovra, al rialzo o al ribasso, sui tassi di interesse (1) ricadono principalmente su due grandezze macroeconomiche: il tasso di cambio della valuta nazionale e la domanda interna. Tralascio per brevità altri effetti secondari. Per quel che concerne gli effetti sul tasso di cambio, è ovvio che maggiori rendimenti del denaro imprestato e, di conseguenza, maggiori rendimenti dei titoli di stato (2) attraggono capitali esteri. La maggiore domanda di bond da parte di soggetti esteri, porta a una maggiore domanda estera della valuta in cui quei bond sono emessi, provocando un rialzo del tasso a cui quella moneta è scambiata con altre valute. Una diminuzione del costo del denaro ha naturalmente effetti inversi. Fin qui non ci piove. Diluvia invece sugli ulteriori effetti che il rafforzamento o il deprezzamento di una valuta nei confronti delle altre ha sul prodotto interno e sul reddito.

Cominciamo col fare dei distinguo sul tipo di economie prese in considerazione. Paesi che producono merci di fascia bassa, tecnologicamente mature od obsolete, di bassa qualità, si affannano ad alimentare le loro esportazioni con svalutazioni competitive della loro moneta. Le altre nazioni che importano tali beni sono così invogliate all'acquisto dal fatto di pagare poco, con le loro monete più forti, tali merci.

Una moneta nazionale svalutata fa sì, perciò, che i prodotti di quel paese costino di meno all'estero, e si vendano di più. La diminuzione del costo del denaro e la conseguente svalutazione della moneta possono quindi costituire una strategia percorribile per i paesi che esportano prodotti ad alto contenuto di lavoro e di materie prime nazionali, soprattutto se tali paesi sono ai primordi dello sviluppo economico, sempre tuttavia a non voler considerare il depauperamento delle risorse interne e la sottoremunerazione dei lavoratori che a tale strategia conseguono.

Ben diverso è il discorso per le economie di trasformazione, che esportano cioè prodotti ad alto contenuto di materie prime importate. In tali paesi, le svalutazioni competitive della moneta comportano momentanei e illusori miglioramenti della bilancia commerciale (3), della domanda estera e del prodotto interno, miglioramenti che svaniscono come fumo non appena le imprese devono ricostituire le loro scorte di materie prime riacquistandole all'estero a prezzi resi più cari dalla svalutazione della moneta con cui comprano (4).

Gli effetti della spirale inflazionistica che tale manovra provoca sui prezzi sia interni che esteri dei beni prodotti in tali paesi sono una realtà storicamente e tristemente più che provata: ne sa qualcosa l'Italia. Ma la svalutazione competitiva ben si addice alle economie di carta perseguite dagli economisti neokeynesiani, le cui teorie vorrebbero sostituire, come causa di incremento delle esportazioni, un effetto da illusionisti, il momentaneo calo dei prezzi all'estero dei prodotti da esportare indotto dalla svalutazione della moneta, a un fattore concreto e reale, la qualità e la competitività tecnologica dei prodotti nazionali. Una delle riprove storiche di quanto affermo è rinvenibile nella Germania dell'epoca di Kohl: il marco tedesco era la moneta forte mondiale, quasi un bene rifugio, i prodotti tedeschi all'estero erano nettamente più cari di quelli dei paesi esportatori concorrenti, eppure la Germania esportava a spron battuto, perché i suoi prodotti erano tra i migliori, e gli acquirenti di tutto il mondo li richiedevano (5).

Sintetizzando, e riferendomi alle sole economie avanzate di trasformazione, esporta quel sistema - paese che produce beni di qualità migliore e riesce così a conquistare la fiducia dei consumatori, interni ed esteri; e non quel sistema - paese che, ricorrendo a forzate diminuzioni del costo del denaro e conseguenti svalutazioni competitive, affossa la propria moneta distruggendo la ricchezza liquida dei propri cittadini (6). Inutile ricordare che l'intera area dell'euro è un'economia avanzata di trasformazione. Veniamo agli effetti sulla domanda interna, anch'essa componente del prodotto interno e del reddito, al pari di quella estera. I teorici delle economie di carta sostengono che la diminuzione del costo del denaro invoglierebbe gli imprenditori a investire, potendo questi ultimi prestarsi soldi dal sistema finanziario e creditizio a un tasso inferiore. La spesa per investimenti così generata avrebbe un effetto moltiplicatore su tutto il sistema economico, creando prodotto interno e reddito nazionale.

Ugualmente, i consumatori sarebbero indotti a risparmiare di meno, visto il minor rendimento dei loro risparmi, e a spendere di più, magari comprando a rate quando i risparmi non ci sono. Tale aumento dei consumi incrementerebbe a sua volta la domanda interna. A fronte di tali ottimistiche aspettative c'è la realtà di megasistemi economici, quali l'area dell'euro e il Giappone, con tassi reali di interesse negativi (7) ed economie in stagnazione da anni. Come mai in tali aree economiche la domanda, gli investimenti, i consumi non ripartono?

A questi tassi di interesse, i più bassi del secolo, queste economie avrebbero dovuto schizzare in alto come uno Shuttle dalla sua rampa di lancio. Invece gli unici fenomeni economici che si riscontrano in tali aree, oltre alla stagnazione, sono una bolla speculativa immobiliare e una perdita del potere di acquisto delle famiglie, con difficoltà per le stesse ad arrivare alla fine del mese. Eppure la risposta a tale apparente stranezza è evidente, e non la si vede solo se non la si vuol vedere: le possibilità economiche delle famiglie sono decimate dal calo dei rendimenti dei loro risparmi e dall'aumento dei costi per le abitazioni. Le famiglie si tengono ancora più stretti i loro risparmi, non consumano, non domandano i prodotti che le imprese offrono. Gli imprenditori di conseguenza non investono: poco importa se a me imprenditore la banca presta a poco i soldi per ampliare la mia impresa e produrre di più, quando non avrei nessuno disposto a comprare questo surplus aggiuntivo di prodotti. E quindi la domanda interna non cresce. Cresce invece a dismisura il prezzo degli immobili, perché, visto il rendimento reale negativo di depositi e obbligazioni, la gente investe i propri risparmi nel mattone.

E chi non ha risparmi è comunque invogliato dal bassissimo costo dei mutui ad acquistare anch'egli immobili, prestandosi il denaro necessario. Gli immobili sono infatti un investimento sicuro, visto che la pressione degli immigrati extracomunitari tiene su la domanda di case, in proprietà o in affitto, e impedisce odierne e future diminuzioni del loro prezzo. E' quindi ora evidente ciò che voglio sostenere: nei paesi avanzati, ricchi, dove i residenti sono possessori di piccole e grandi ricchezze mobiliari, il rendimento del denaro, dei risparmi, prima di essere un costo per le imprese indebitate, è una componente basilare, sia in senso materiale che psicologico, del reddito delle famiglie. Una diminuzione del rendimento del denaro produce una flessione dei consumi, a mio avviso ben più pesante dell'altra conseguenza, peraltro estremamente teorica, di tale diminuzione, e cioè l'aumento degli investimenti delle imprese. Sottolineo che analogo effetto depressivo sui consumi delle famiglie, e di conseguenza sull'intera economia, ha un aumento della tassazione sui redditi finanziari, incidendo anch'essa sulle possibilità di reddito e di spesa delle famiglie.

L'erario di stati con un elevato debito pubblico, come l'Italia, beneficia sì, in caso di bassi tassi di interesse, di un minor esborso di spesa per interessi sul debito, ma a tutto svantaggio delle tasche dei cittadini risparmiatori, che hanno prestato quei soldi allo stato investendo in BOT, CCT e BTP; l'effetto è lo stesso di una maggiore tassazione proprio sui risparmi. Non sono certo questi giochi (8) su variabili monetarie e contabili, su tassi e tasse, sull'ultima bidonata da rifilare a investitori e risparmiatori che salveranno l'Europa dall'attuale decadenza. Penso invece che il problema sia un problema di qualità. Qualità degli imprenditori, troppo abituati a sussidi di stato, bassa tassazione effettiva sui redditi d'impresa, frequente ricorso al nero (9).

Qualità della classe dominante, delle famiglie dominanti, più use allo sfruttamento del resto del paese (10) che ad acquisire capacità, meriti, successi sul campo e virtù. Qualità dell'apparato amministrativo, elefantiaco generatore di debito pubblico, di sprechi incontrollati, causa di prelievo fiscale eccessivo, clientelare datore di lavoro di milioni di dipendenti pubblici scarsamente produttivi. Qualità dei lavoratori, poco inclini a riqualificare le loro labour skills e i loro stili di vita, come la competizione globale richiederebbe. In Italia, in particolare, troppa gente vuol vivere sulle spalle degli altri, in modo lecito o illecito, pretendendo il ricorso alla tassazione o al pizzo. Ovvio che in un tale scenario non edificante, chi può cominci a guardarsi intorno: il mondo è vasto, e altri paesi possono offrire qualità di vita, sicurezza, tranquillità (anche fiscale) ben maggiori.

Note:
(1) Il tasso di interesse altro non è che il costo del denaro per chi si indebita, e il rendimento dei soldi dati in mutuo per chi li presta.
(2) I titoli di stato sono titoli rappresentativi di soldi prestati allo stato.
(3) Ma con movimenti di capitali in fuga verso l'estero.
(4) Non rientrano invece i capitali fuggiti all'estero: i capitali hanno una memoria da elefante e, una volta scottati da svalutazioni e tassazioni, difficilmente ritornano da chi li ha traditi.
(5) Ovviamente, il riferimento a Kohl astrae completamente dal colore politico dell'allora cancelliere tedesco. Oggi, in Europa, non è rilevante il credo politico professato dagli amministratori pubblici. Occorre invece capire quali diverse alleanze (o cosche, come le chiama Briatore) tra famiglie padrone di multinazionali o di grandi imprese finanzino e diano ordini a questo o a quel politico. E per saperlo basta informarsi sullo yacht di chi il tale ministro ha passato le ferie. Il tutto detto senza alcuna ironia.
(6) E' singolare e indicativo che i mass media vogliano farci credere che tali svalutazioni vengono effettuate non solo a favore degli imprenditori ma anche e soprattutto a favore dei lavoratori, quando in realtà sono proprio i risparmi e il potere d'acquisto dei lavoratori e degli anziani che vengono distrutti e mandati in fumo dall'inflazione che ne consegue.
(7) Tasso reale negativo vuol dire che chi presta soldi ha un rendimento inferiore all'inflazione, cioè alla perdita di potere d'acquisto dei soldi prestati, e quindi sta rimettendoci. Sta anche pagando una tassa allo stato, visto che l'inflazione è di fatto una tassa. Naturalmente mi riferisco all'inflazione reale, non ai dati dell'ISTAT, cui non crede più nessuno.
(8) Giochi i cui registi sono sclerotici e ben conosciuti "poteri forti", miranti come sempre solo ai loro momentanei interessi, a scapito degli altri cittadini.
(9) E proprio quelli che hanno fatto fortuna sfruttando il lavoro sommerso per fabbricare i loro prodotti a bassa tecnologia, senza mai pagare una lira di tasse, oggi, uscendo in yacht dal guscio delle loro province, si ergono a moralizzatori del sistema e a tartassatori dei risparmiatori.
(10) Vedasi le recenti pretese di aumentare la tassazione sui risparmi degli altri cittadini. da "Società Libera" del 29 Settembre 2005

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permalink | inviato da MariaSebastianelli il 18/12/2007 alle 9:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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